Ogni cosa ha un'inizio, come ogni cosa ha una fine. Ma talvolta, dopo questi due inevitabili passi, ne segue un terzo. La rinascita. Unoditre da oggi tenta di rinascere, un po' perché i suoi tre autori hanno scelto di ritrovarsi dopo lungo tempo, un po perché dopo essersi persi per chissà quali strade del mondo, tireranno fuori qualcosa di diverso. O almeno si spera. Buona lettura.
sabato 9 aprile 2011
o mi lasci o mi sposi
Alice studiava filosofia nella più prestigiosa università di Milano, bassina con poca voglia di novità, la classica studente che compra tutti i libri il primo giorno di lezione e sottolinea con il righello per evitare di fare delle linee storte. La classica studente media, in un ambiente medio, circondata da gente media. Casa, università, pranzo, cena, solito programma in tv, orari prefissati e guai a chi li scombina, piani pianificati, percorsi già percorsi. La classica studente che... bhè la classica studente che studia le ore per capire i minuti.
Se c'è una cosa che adoro fare è suddividere le persone in categorie che solo la mia mente conosce, classi di individui che si assomigliano per particolari che vengono notati. Nell'ambito scolastico, ad esempio, ci sono tre "classi" predominanti:
- gli studenti che amano esserlo: sono quelli che vivrebbero di studio, che adorano frequentare gli ambienti universitari e che si vestono da studenti per tutta la vita. Aperitivo al baretto dell'università, colazione al baretto dell'università, fosse per loro anche la doccia al baretto dell'università. Sono quelli che studiano non solo le materie utili per il superamento degli esami ma che approfondiscono. Quelli che seguono solo le lezioni che reputano interessanti, che possono studiare poco e prendere 30 e che rimarranno nostalgici per tutta la vita. Sono quegli studenti che hanno come obiettivo di vita il rimanere studenti diventando professori, vivere in campagna ed avere una camera per i libri, il cinema, la lavagna piena di numeri, l'abbonamento alla rivista mensile preferita, e così via. Quelli che organizzano i viaggi e che non visitano i musei. Di questa classe fanno parte anche "gli studenti a tempo perso" che sono quelli che se la cavano pur studiando nel tempo libero e diventando dei perfetti secchioni a due giorni dall'esame. Quelli che durante la settimana suddividono il loro tempo in partite a calcetto, aperitivi, cinema, discoteca. Quelli che non conoscono l'orario delle lezioni ed hanno bisogno di una guida spirituale per andare avanti nel percorso universitario. Sono due classi apparentemente diverse ma che in realtà hanno gli stessi identici ideali.
- gli studenti che lo fanno come fosse un mestiere: sono quelli che preparano i "programmi di studio" con le lezioni da seguire, gli appunti da prendere, le materie da studiare, le ore da destinare allo studio, in media otto al giorno, le birra (esclusivamente piccola) solo al sabato, le ore di sonno che non devono essere inferiori ad otto. In poche parole gli studenti che hanno l'otto in testa. Durante i cinque anni del liceo la loro media doveva essere dell'otto, dividono la loro giornata in tre parti da otto, che possono frequentare un circolo massimo di otto persone (esclusivamente come loro), che studiano come i dannati ma producono con la media dell'otto (questo è un altro mio personalissimo teorema: la producibilità dell'otto cioè essere effettivamente produttivi per otto minuti in un'ora di studio/lavoro/sport).
- i secchioni: quelli che non hanno bisogno di presentazioni.
Alice impersonificava la seconda categoria.
Poi c'era Lorenzo, bassino, grassottello, apparentemente simpatico, poco smart. In poche parole un finto leader mancato. Anche lui studiava economia nella stessa università frequentata da Alice. Stessa identica categoria d'appartenenza anche se Lorenzo voleva a tutti i costi appartenere alla prima categoria e, di conseguenza, faceva di tutto per frequentare gli "abitanti" della prima categoria.
Facciamo che salto tutta la parte noiosa della storia e che la racconto con altri due personaggi:
siamo a parco palestro a Milano e c'è una ragazza sulla trentina che lavora alla feltrinelli di Buenos Aires, bionda altezza media molto carina. E' in compagnia del suo cane un Labrador nero che ha avuto in regalo per le sue nozze dal suo testimone, suo fratello (di tutta la storia questo è il personaggio al quale sono state destinate meno parole ma è indubbiamente il più figo... che regalo è un Labrador?!?! Anzi... un Labrador con un fiocco rosso che ha percorso tutta la navata della chiesa e che aveva intorno al collo le fedi nunziali. L'ideatore di questo regalo, il fratello della ragazza, è il personaggio perfetto. Una comparsa che si fa strada per l'originalità). Il nome del cane è Lorenzo. Dall'altra parte dello stagno, se non conoscete parco palestro andate pure a cercare la piantina su internet e soprattutto andate a visitarlo perchè è bello, comunque, dall'altra parte dello stagno, c'è Giancarlo con la sua dolce metà un Labrador bianco che ha chiamato Alice. Capisco che Giancarlo e la tipa della feltrinelli (ho dimenticato di dire il nome prima e mi sembra inutile dirlo ora) sono due tipi molto più interessanti di Lorenzo e Alice (quelli dell'università... non i cani!) però c'è da dire che Giancarlo ha 64 anni ed ha avuto in dono Alice da sua figlia ed ha deciso di chiamarla come la sua ex moglie scomparsa da poco.
I due cani si incontrano, i due padroni si stanno simpatici, i due cani si odorano, i due padroni decidono di farli accoppiare. Questa è la storia di Alice e Lorenzo, i due cani, il finale è molto simile a quella di Lorenzo ed Alice i due universitari.
Però, c'è un però.
Ritorniamo alla storia principale, dopo l'accoppiamento ampiamente descritto con i due cani.
Lorenzo, ha accettato uno dei lavori più noiosi che siano mai stati inventati, l'assicuratore. Tutto il giorno davanti al pc con delle tabelle per garantire assicurazioni di ogni genere a persone di ogni genere. Un uomo piatto dalla vita piatta con orari piatti. Vive ancora con i suoi non collaborando alle spese e soprattutto non utilizzando un minimo di energie. Quando c'è la mamma che fa tutto è più bello vivere, sicuramente più facile. Lorenzo, tra due giorni, deve partire per un convegno a Parigi dove rappresenterà la filiale italiana. Un uomo che in realtà è ancora un ragazzo, che vive una vita piatta, ma che soprattutto è convinto di appartenere ad una "categoria" che non è la sua. Lui non è veramente innamorato di Alice, lui è convinto di esserlo perchè vede in Alice la sua seconda mamma, quella che gli preparerà tutto nel futuro, quella che rappresenta l'altra parte piatta, l'altro segmento che deve incontrare la sua linea retta.
Il tradimento e non parlo esclusivamente di quello fisico, è l'azione più infima (parola molto simile ad un'altra parola che ho preferito non usare... "infame") che esista.
Ma partiamo dal vocabolario:
Tradire: Ingannare qlcu. o violare un patto, venire meno a un obbligo vincolante, alla fede data: t. la moglie, un amico; t. un ideale, la patria; in contesto noto l'arg. può essere sottinteso: chi ha tradito sarà condannato || t. le speranze, le attese, deluderle.
Detto questo, per quanto mi riguarda, ogni tipologia di tradimento è la massima espressione della tristezza.
Tradire ad un convegno, a circa 1000 km dalla propria "amata", per una donna che non si vedrà mai più nella vita, è la massima espressione dello squallore.
Confessare il tradimento è, invece, uno svuotarsi l'anima delle proprie colpe cercando di "vomitare" ogni ragione di un'azione irragionevole. Lorenzo, quello piatto, ha deciso di tradire la brava Alice. Quando poi ha deciso di confessare tutto ad Alice, cercando di mascherare lo squallore con il rispetto, si è sentito la sua vocine che, in preda al panico gli ha detto:
"è arrivato il momento di prendere una decisione. O mi lasci o mi sposi!"
Capisco che in questo momento molto probabilmente vi ritroverete a compiatire Alice ed a immaginare Lorenzo come il diavolo sceso in terra. Sicuramente volete sapere com'è andata a finire questa triste e piatta storia. Vi assicuro che tante altre parole sarebbero inutili e che ve le evito chiedendovi di provare ad immaginare due cani che sono costretti ad amarsi.
giovedì 31 marzo 2011
Steve
Fu su per giù al duemilacentottantaquattresimo tic tac che inziò a scendermi una goccia di sudore dalla fronte giù giù fino attraversando tempia, guancia, collo per infrangersi sul collo del dolcevita nero che indossavo. Cercai con lo sguardo Steve, ma un pò per la poca luce, un pò perché di sicuro il suo di sguardo non cercava il mio, fatto sta che i miei occhi non trovarono alcun conforto. Tic tac, duemilacenottansei, tic tac, duemilacentottantasette...
Ci incontrammo al baretto dietro la stazione, quello del siciliano, quello più squallido del quartiere e forse della città; non penso di averlo visto mai completamente vuoto il bar di Salvo. Magrebini e tunisini l'avevano battezzato luogo di incontro, di scambio di opinioni e di bevuta soprattutto. Nonostante gli insulti di cui lo stesso Salvo li omaggiava in continuazione, una birra, un cicchetto non gli era mai negato, col benestare del caro Allah. Siciliani, calabresi, napoletani e pugliesi ne avevano fatto una sorta di bisca neanche tanto clandestina, anche se ogni volta, la partita a carte diventava un pretesto per litigi che a loro volta parevano più pretesto per dar mostra delle più colorite espressioni dialettali. Le puttane, non le escorte nè le prostitute, le puttane procacciavano lì clienti o almeno recuperavano qualche drink grazie all'eccitazione alcolina di magrebini, tunisini, siciliani, calabresi, napoletani e pugliesi. E poi le macchinette e le tv che alternavano Barbara D'Urso a signorine discinte. E io, che affogavo nell'alcool la mia noia sentendomi orgoglioso di non farmi problemi a condividere certe scene nonostante la mia provenienza borghese.
Persi anche il conto dei tic tac. Iniziai allora nevroticamente a grattarmi avambraccio, bicipide, collo, petto, coscia, polpaccio, come se la lana, il velluto, qualsiasi cose infastidisse la mia pelle ormai umidiccia. Steve alzò la testa, incrociò finalmente il mio sguardo, aggrottò la fronte e fece un gesto deciso e rapido con la testa. Smisi di muovermi, tirai il fiato, presi dalla tasca il passamontagna e lo infilai.
Apparse una sera, col suo fare sicuro, quasi presuntuoso. Arrivò, si sedette accanto a me al bancone, ordinò del whisky, mi distolse con una pacca dall'abituale riflessione da bar, e mi inziò a parlare dell'impressione che gli aveva fatto la città. Per farla breve in poco tempo siamo diventati amici. Io non ne avevo nè ne cercavo, lui non ne aveva ma ne aveva bisogno, soprattutto per avere una guida della città. Dal baretto iniziammo a frequentare i pub, dai pub le discoteche, io che seguivo lui, lui che mi coinvolgeva nei suoi scanzonati corteggiamenti, impavide discussioni, dissenate serate. Si chiama Stefano, ma da tutti si fa chiamare Steve.
I signori Marmolata erano tornati, era il momento di agire. Uscimmo dallo stanzino che poi era la scarpiera della signora. Con passi felpati andammo verso il salone da dove si sentivano arrivare le voci. Muovendoci guardai per un attimo la pistola che avevo in mano. Non avevo mai avuto una pistola in mano, neanche alla fiere di paese dove mi portavano i nonni da ragazzino. Non so se sarei riuscito ad usarla, Steve mi diceva sempre che non sarebbe servita, che serviva a fare scena, che avrebbe pensato a tutto lui. Afferrò per il collo il vecchio, con un'occhiata mi fece balzare sulla signora, l'afferrai le braccia e le tappai la bocca. Del dopo ho vaghi ricordi...andammo in stanza da letto, davanti la cassaforte, Steve intimò di dirgli il codice. Non so perché stuprò la signora Marmolata, non era attraente, non credo servisse a convincere quel taccagno a mollarci i suoi averi. Non ricordo gli spari e non ricordo neanche di espressioni di dolore o di grida. Ricordo del sangue sì..."
"Signor Borromeo...le ripeto...ci sono le impronta e le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Chi è Steve? Dove è questo Steve, signor Borromeo? Ci sono solo le sue impronta cazzo, solo lei signor Borromeo, solo lei..."
mercoledì 23 marzo 2011
la mia lista
Una lista che non ha ordine, si può leggere prima il punto 7 e poi il 5 senza avere problemi di comprensione... Enjoy!
1- Scegliere i libri dall'odore e dall'ultima parola. Non ricordo assolutamente chi mi consigliò, ormai sono passati veramente tanti anni, questa strategia stravagantemente meravigliosa. Adoro passare le ore in Feltrinelli o meglio nella libreria più piccola e bella dell'Italia (Ostuni (Br)- nei pressi di Piazza Sant'Oronzo), riempire le mani di una serie di libri e sceglierne uno per l'odore o per l'ultima parola. Quindi un libro che finisce per "nero", "puzza", "morte", "malattia" e così via non lo comprerò mai. Nè tantomeno compro un libro che non odora di libro ma di plastica, o naftalina, o componenti chimici inutilmente utilizzati. Questa è una ragione ragionevolmente accostata alle bevande calde, alla poltrona, al week end invernale, alla possibilità di far scorrere le pagine al ritmo della pioggia che batte sulla finestra.
2- Andare in vacanza con la mia famiglia. Parlare del nulla cosmico mascherato da progetti per il futuro, dalle prestazioni della macchina nuova, da consigli sulle amicizie da frequentare e altro, tanto altro. Credo che sia soprattutto l'altro che mi interessa, una compressione di parole scambiate con persone che conosci e che ti conoscono in uno spazio ristretto che rende il tutto più bello. Credo che questa ragione sia facilmente accostabile alla poesia "il sabato del villaggio". Il piacere di trascorrere del tempo in attesa di ciò che si cerca.
3- La partita di calcetto del sabato pomeriggio. Sempre le stesse facce, sempre gli stessi scontri, le battute, i goal, le corse, le urla, le vittorie e le sconfitte. La partita del sabato è sacra quanto il campionato alla domenica, i mondiali ogni quattro anni. Rimanendo in tema "calcio" riporto sotto la stessa voce anche l'espressione di Fabio Grosso dopo il rigore decisivo dei mondiali 2006, l'esultanza di Milito al secondo goal in Champions contro il Bayern, i festeggiamenti in piazza Duomo quando le bandiere sono tutte uguali.
4- Un film. O meglio, un bel film. Questo punto potrebbe raccogliere una nuova lista con i miei film preferiti ma mi sembra inutile. La ragione di vita legata a questo punto è la possibilità di condividere immagini, in piccole medie o grandi dimensioni, unite da dialoghi e storie ed interpreti e registi e originalità. Andare al cinema, quello piccolo di periferia dove ci si accontenta di ciò che trasmettono oppure nella multisala più grande della città più famosa. Un film visto grazie ad un computer portatile o ad un televisore vecchio stampo con tanto di scatolone dietro.
5- Le fotografie. Pezzi di vita trascorsi che ricordano odori e colori e sensazioni. Fotografie sparpagliate per casa risalenti ad anni e anni prima, fotografie gelosamente custodite in cassetti di scrivanie chiusi a chiave, fotografie ordinate secondo non si sa mai quale principio in un album.
6- Il mare in qualsiasi stagione dell'anno. In estate perchè ci stanca, in inverno perchè ci rasserena, in autunno perchè ci regala la giusta dose di nostalgia, in primavera perchè è lo strumento adatto per riscaldarci.
7- Gli aerei. I viaggi. I nuovi incontri in paesi molto lontani. Salire e scendere da quella rampa che nel giro di poche ore ci dà la possibilità di essere veramente stranieri. Di assaporare le sensazioni dell' essere fuori luogo. Un bianco in mezzo ai neri, una coppia di occhi in mezzo a tanti occhi a mandorla.
8- I nonni perchè sono il giusto salto generazionale che risolve il problema genitori-figli. Lo sguardo di una mamma negli occhi del nonno visti dal nipote, è come sentirsi a casa più volte nello stesso momento.
9- La scrittura come forma di liberazione della mente.
10- Il cibo. Quello tradizionale cucinato dalla nonna, quello originale detto anche esotico, quello veloce perchè si ha solo un'ora di pausa pranzo, quello dolce e quello salato, quello disgustoso e quello sano.
sabato 12 giugno 2010
-Scorie- Andiamo al lago?
-Ho visto un documentario ieri sera.
Volevo farle capire in tutti i modi che non volevo che andasse. Brasile per un anno, Giappone per altri due, poi forse tornava a Roma, quindi, da me.
-Dimmi, scommetto che parlava del Brasile, di come le ragazze italiane vengono maltrattate dagli indigeni. Tutti tatuati i ragazzi violentano qualsiasi essere vivente, picchiano duro e poi uccidono. In Brasile si comportano tutti cosi, è questo quello che hai visto al documentario?
Quando mi guardava con quegli occhioni azzurri disegnati su un viso sorridente, non sapevo resisterle -spupazzosa- è esattamente questa la parola giusta per esprimere il concetto.
-No amore. Dicevano che il Brasile è bello ma pericoloso, devi stare attenta!
Che frase da perfetto deficente. Era notte, il lago ed i fantasmi del futuro. Avevo paura di pederla e lei non faceva niente per tranquillizzarmi. Una camomilla a colazione ed una famiglia a merenda. A venticinque anni si inizia a pensare alla famiglia, più che alla famiglia uno pensa al passaggio da figlio a padre. Come si fa a cambiare, a crescere? A venticinque anni, di notte, steso sul prato a guardare le stelle inizi a pensare che alla fine il Brasile non è lontano. Pensi a quanto era bello l'album panini che avevi a otto anni e a quando ne comprerai un altro.
-Perchè devi andare ora? Proviamo a convivere, svoltiamo una volta per tutte.
Che paura quella frase, non l'avevo mai pronunciata prima. Mi mancava il coraggio, non sapevo se era giusto per lei, per me. In quel momento, più che mai, volevo una famiglia da gestire. Volevo lei.
-Voglio andare.
Nella vita poche volte si può decidere la circostanza del destino. C'è chi inconsapevolmente continua a rifare le stesse azioni all'infinito, con le stesse persone, negli stessi luoghi. A volte, prendere un aereo vuol dire poter decidere un percorso alternativo, altre volte, invece, fare una bella passeggiata in bici potrebbe significare felicità momentanea, ad un passo dall'abitudine.
-Ma ora dimmi, con il futuro tra le mani, posso rimanere qui ad aspettarti?
Sono quelle domande patetiche che ti mettono tristezza, lo so. Un attimo dopo me ne ero già pentito. Non sapevo più che dirle, volevo che rimanesse ma ormai era tutto deciso.
Però non partì e quelle al lago, tra le lucciole, furono le ultime ore in cui la vidi, in cui le parlai. Non si uccide mai per odio, l'odio è solo una favola che serve per dare un rivale all'amore. Da allora io vivo da solo insieme al suo gatto, nessuno l'ha più trovata, forse perchè non sanno dove cercare.
martedì 23 marzo 2010
Good night
domenica 21 marzo 2010
Milioni
"Non credo, siamo bloccati da ogni lato. Il fronte est è invalicabile. A ovest il tunnel che portava dall'altro lato è stato distrutto mesi fa. Possiamo solo avanzare."
"Gli uomini non sono stanchi generale. Sono carichi. Vigorosi. Li guardi, siamo milioni. Pronti alla battaglia"
Il generale si voltò. E contemplò la grandiosità del suo esercito. Lo guardò in silenzio. Orgoglioso di quella fanteria. Si voltò verso il sergente che attendeva ansioso una sua risposta e gli fece un cenno di assenso.
Il sergente si volto e proprio mentre stava per dare la carica a tutto l'esercito in attesa, ricevette una chiamata sulla ricetrasmittente.
"Abbiamo problemi. Le truppe in avanscoperta ci comunicano un problema nel passaggio del ponte. Potrebbe essere pericoloso. Ma una volta dall'altro capo. Dovremo passare dai glandi monti e saremo pronti ad attaccare. Generale, cosa facciamo"
"Il generale aveva tra le mani una foto. Raffigurava una donna distesa su di un divano. Lunghi capelli biondi le scendevano giù fino ai seni coprendoli. Il rossetto un pò sbavato sulle labbra. La donna indossava un intimo verde acqua. Una coulotte abinata ad un reggiseno di una taglia piu piccola che ne lasciava espolodere le forme. Il completino intimo però giaceva ai piedi del divano. La donna era nuda. E strizzava un occhio a chiunque fosse dall'altro capo della fotocamera."
Il generale ebbe un erezione. Quello era il segnale.
"D'accordo attacchiamo". Il sergente si volto e con un gesto del braccio richiamò l'attenzione dell'esercito. Alzo' il braccio in aria, teso, con l'indice puntato verso il cielo ormai scuro. E quando lo abbassò con violenza verso il canale, quando diede l'attacco, quando lasciò che l'esercitò potesse esplodere, la fiumana di uomini armati si alzò e corse all'attacco.
"Speriamo bene" disse il generale. "Mha, almeno stavolta, speriamo. Sono settimane che aspettiamo".
Gli uomini corsero all'impazzata. Senza inizio e senza fine. Riempivano per intero il canale. E corsero. Senza fermarsi, all'impazzata verso l'obiettivo. Impazziti. Galvanizzati. Videro il ponte da lontano. Ma non li spaventò. Continuarono. Tirarono dritto. E proprio in quell'incrocio dei canali. La zona più periocolosa, come dalle loro mappe studiate per anni era risaputo. Proprio mentre rimpivano il ponte per intero, un'enorme valanga di piscio li sorprese. Un alluvione che devastò l'intero esercitò. Ogni soldato divenne parte integrante del fiume che li stava travolgendo. Sbattevano gli uni con gli altri. Ma il generale ne era conscio. Sapeva del rischio. E sapeva che quello non era un cattivo segno. Il fiume circumnavigò la valle e si diresse verso le montagne. Quella piccola insenatura tra le montagne, dove spaevano di poter incontrare imboscate di predoni. Ma ora avevano la forza del fiume di piscio tra di loro. Si schiantarno contro le basi della montagna e aumentarono di velocità nel canale. Grattando le pareti ruvide. Storditi i soldati persero parte delle loro forze. Ma poi la videro. La luce. Si avvicinò. E divenne sempre più grande. Fino a diventare eterna. Immensa. Splendida.
Così lui le venne sulla schiena, lasciando che parte del getto finisse tra le lenzuola ricamate, regalate dalla zia Elvira per il loro matrimonio.
Esperimenti
"Linda mi ha scritto una lettera. L'ho trovata ieri sera sul mio comodino prima di andare a dormire. Quando sono salito dal laboratorio nello scantinato lei era già a letto. L'ho trovata con la luce accesa abbracciata al suo orsacchiotto di pezza. Ho spento la luce e l'ho baciata sulla fronte come ogni notte. Mi ha scritto delle prossime vacanze. Di come per l'ennesima volta le avremmo trascorse io e lei. Padre e figlia. Soli. Anche quest'anno. C'era scritto qualcosa su di noi, con dei teneri errori grammaticali qua e la, come solo una bambina sa fare. L'ho letta. Ed ho pianto. Continuavo a chiuderla e riaprirla. Rileggiendola. Ancora. E ancora.
Continuo a pensare di non meritarla. Continuo a pensare che sia un dono esagerato per me. So cosa ha sempre desiderato. So cosa avrebbe voluto come regalo, anche se non me l'ha mai detto. Ma purtroppo non sono mai riuscito a comprarlo. E' piccola ma sa che siamo costretti a stringere la cinghia da un pezzo. Così ho iniziato a lavorare. Ho riempito pagine di calcoli. Formule. Esperimento 23569. Per Linda, l'ho intitolato. Mi sono addormentato pensandoci. Svegliato pensandoci. Ho digiunato pensandoci. Ed ora penso di essere arrivato finalmente alla una soluzione."
Mentre era intento a saldare due placche d'acciaio, le scintille gli riempivano il volto coperto dalla visiera. Piccole briciature gli diffusero per tutto il camicie. Già lercio da far schifo. Il primo giorno che lo indossò, era di un bianco verginale sbiadito. Come un croissant alla crema dimenticato per settimane in frigo. Rubato al terzo piano del centro di ricerca universitario. Ora, quello che ne rimaneva era un artistico ammasso di macchie colorate. Sporche. Unte. Forse olii vegetali, forse caffé, forse cromo, forse altro. Se qualcuno avesse avuto uno spiccata predisposizione per la chimica forense, sarebbe potuto risalire ad ogni esperimento, ad ogni diavoleria passata, creata e distrutta in quello scantinato di merda. Analizzando ogni singola macchia. Decomposta e disfatta. Ma purtroppo, nessuno in quello scantinato aveva, ne tantomeno avrebbe avuto per qualche decina d'anni, la benché minima idea di cosa fosse la chimica forense.
Sberla passaggiava tra le sue gambe sotto il tavolo. Qualcosa aveva iniziato a colare nella sua ciotola. Doveva provenire da una boccetta con una targhetta sbiadita da uno dei ripiani vicino alla finestra. Lui incurante continuava ad infilarci e tirar fuori ritmicamente la sua lingua rosa petalo di fiore appassito. Sberla avrebbe cagato e pisciato un estratto di alcol di cortecce per le due settimane seguenti. Niente che il suo intestino non avrebbe sopportato. Sberla salì sul tavolo, ondeggiando a ritmo della musica classica che veniva fuori dal grammofono ammaccato in fondo alla stanza. Vicino alla caldaia. Cerco una carezza. La ebbe. Ma lui era immerso in quello che sarebbe stata a suo avviso, l'idea delle idee. Il progetto Per Linda, sarebbe andato a buon fine stavolta.
Esperimento 23569. Fase input, stadio 3.
"Ho lavorato a lungo su questo prototipo. Ho trascurato la miscelatrice di capelli e il sidro mistificatore. Ho preparao tutto. Dovrò solo inserire gli ingredienti. Dal grande imbuto di latta secondo i miei calcoli basterà inserire:
1- Una banconota da 5 mila lire;
2- Un sacchetto da 5 kili di patate;
3- 3 acciughe salate;
4- Un assegno bancario circolare non trasferibile;
5- Una cambiale scaduta da 2 settimane;
6- Un pezzo di cartina geografica raffigurante il nord est della Cina;
7- Ed un pezzo di grembiule di Linda.
Tutto dovrebbe miscelarsi al liquido di querig e litio che ho accuratemente preparato. E nel giro di pochi minuti dovrebbe trasformare il sacco di patate in una enorme somma di danaro. La somma sarà prelevabile solo dal sottoscritto e sarà prelevabile dal conto bancario del mio vecchio amico Gang sul suo conto bancario in asia. La somma dovrebbe permettermi di rendere piu felice Linda. E nel frattempo pagare anche la cambiale. Le acciughe a dir la verità non so perchè siano venute fuori. Ma sono fiducioso che tutto andrà per il meglio. Controllo che tutte le apparecchiature siano in funzione. E do inizio all'esperimento."
Verifico la plsantiera. Il livello di bromuro di potassio nelle ampolle. La tensione ai capi dell'alimentatore era fuori di qualche volt, ma non avrebbe causato problemi. Aveva le mani tremanti. Non avrebbe dovuto. E invece le aveva. Sapeva che...
(n.d.a. L'autore si dissocia personalmente da quanto fin qui scritto e da quanto di qui in poi seguirà nel racconto. Rendendosi conto della pateticità che ogni riga trasmette. Senza senso e priva di ogni originalità. Apatica, insensata, noiosa, a tratti patetica, come il suo stato emotivo negli ultimi tempi. Ma consapevole che la scrittura e come il sesso: "L'unico modo per migliorarsi e farlo piacere agli altri e ercitarsi. Soli o in compagnia. L'autore rigetta la metaforica masturbazione scrittoria pretendendo con arroganza di propinare agli infelici lettori del blog i suoi esercizi di scrittua per riprendere la sua passione per lo scrivere che numorosi shock di diverso tipo, nel corso degli ultimi anni, ne hanno causato il deterioramente psico-fisico. L'autore si scusa. E vi augura un buon proseguo di lettura. E nel caso ne foste stanchi. La macchina per la creazione di soldi, come al solito non funziona. E sarà un fiasco come sempre. Almeno vi risparmiato il proseguo ed avrete il tempodi portare il cane in giro per una passeggiata. Sempre che ne abbiate uno, beninteso)
...avrebbe significato tanto. Per lui ma soprattutto per lei. Avere soldi. Non tanti. Ma quanto bastava. Per viverne. O semplicemente per vivere. Senza avere quell'ammasso di pelo in gola ogni qual volta vi fosse una spesa. E robe cosi insomma.
Inspirò. Mise lentamente gli ingredienti nella macchina. Uno per uno. Poi si voltò e si diresse verso la pulsantiera. Fu proprio in quel momento che Sberla ebbe l'idea di saltare sul bordo del macchinario. Gironzolò per un pò intorno all'imbuto di latta nel quale erano appena stati colati gli ingredienti. E sberla fece quello che non avrebbe mai dovuto fare ma che tutti speravano in fondo facesse. Sberla defecò in poche parole alla grande nel macchinario. E poi come se niente fosse, sgambetto un pò per coprire con una sabbia che non c'era la sua opera d'arte e saltò giù. Con l'indifferenza di chi al bancone ordina un cocktail alla fragola lasciando che una esagerata soliconata taglia di reggiseno sia per la maggior parte debordante sul bancone, e guarda con aria meravigliata chi li sta intorno consapevole che in realtà nessuno la guarda negli occhi.
Quando lui si voltò era tutto come prima. Premette il pulsante. E attese. Il bromuro di potassio riempì i canali che salivano dalle ampolle. Circolò per tre volte all'interno delle tubazioni a spirale e poi si andò a miscelare con quello che c'era dentro il macchinario. Merda di sberla compresa. Rumore. Trambusto infernale. Sbuffi di vapore venivano fuori dalla caldaia. Un fischio assordante riempì l'interò scantinato. Il macchinario inizio a saltare da una mattonella ad un altra come impazzito. Una tubatura si ruppe e lasciò fuoriuscire un liquido verdastro. E poi quiete. Sberla cercava di pulire quello che rimaneva nel fondo della sua coscia sinistra. Quando il macchinario si apri. Niente era esploso. Il macchinario stava per tirar fuori il risultato geniale delle sue equazioni. Quello per cui aveva lavorato per giorni. Frutto dell'amore per sua figlia. Avrebbe dato la vita per lei. Ed ora era pronto ad aiutarla. A darle quanto in realtà avrebbe meritato. A darle quello che avrebbe sempre voluto ma non aveva mai potuto darle. Sarebbe stato contento. Felice. E lei anche. Dal macchinario iniziò a venir fuori del fumo. E poi un sordo rumopre metallico. Cui seguì un enorme ondata. Una gigantesca immensa copiosa mastodontica esagerata mai vista ondata di letame. Si insidiò sotto al tavolo, nella librearia, trasportò via i baker, le tubazioni, i suoi libri di chimica. Sberla saltò di uno dei ripiani più alti e guardava attonito. La caldaia si spense riempita fino al generatore di escrementi. Venne travolto e si lasciò trasportare fino al fondo della scala che saliva fino alla porta che dava in casa. Guardò il suo laboratorio. Fermo in silenzio. Perlomeno il camice aveva un colore omogeneo ora.
venerdì 19 marzo 2010
Le concidenze sono cicatrici del destino
Io li vedo come viaggi, altri come palla magica del vivere, altri ancora come cartoline dell’aldilà. Fatto sta che per me nascono e muoiono come sogni, prendono vita sul cuscino e spirano tirando giù il braccio alla ricerca della sveglia. Eppure ho una strana sensazione oggi. 172938. Mio dio, mi dico, non è la prima volta che mi capita.
Ricordo che da adolescente le prime esperienze sessuali le ho avute fra le coperte. Nel senso non che le avessi per davvero né che le pensassi facendo della mia mano l’espressione dell’altra...nel senso che svegliandomi provavo la stessa sensazione di soddisfazione provata poi in seguito dopo aver fatto l’amore. Oppure, ancor prima, ricordo degli incubi...terribili, irreali, eppure tanto veri d’avermi fatto svegliare in lacrime.
Dopo è venuta l’età adulta. O forse semplicemente la fase rom ha preso potere su tutte le altre. Fatto sta che ho smesso di sognare, non so bene se di farlo o di ricordarmene. Fatto sta che era tempo che non mi facessi queste domande. 172938. A dirla tutta ho iniziato anche a sbeffeggiarle certe dimostrazioni, ovviamente non le mie, ma quelle degl’altri.
Sognassi o non sognassi, è scientifico che siano espressione dei nostri pensieri. Nell’accezione neurotica ed elettrica che ciò sottintende. Voglio dire: perché darci tanto peso o significato, sono solo sogni, pensieri fatti nel piccolo momento di libertà che ci possiamo permettere, fatti lì, dormendo, fra le lenzuola, al buio, soli.
Bei pensieri razionali. Come razionali dovremmo essere, noi animali dotati di materia grigia. Eppure sono qua, davanti alle mie carte, al mio monitor, a fare ciò che faccio ogni giorno, pensando a quei numeri. 172938. Sinceramente non ne vedo una logica, l’ho cercata. Nè un nesso con un qualche avvenimento, figuriamoci se ci fosse un avvenimento associato a sei numeri. Eppure sono qua, inconsciamente che li cerco in ogni clic, in ogni movimento, in ogni respiro.
Non so se vi è mai capitato, ma quando qualcosa vi si mette in testa è difficile farla uscire. Sarà la mancanza di stimoli che la mia routine m’impone, sarà la pochezza della gente che mi vedo intorno, fatto sta che sto trovando molta fatica a farlo. Qualsiasi numero mi appare sul display cerco di collegarlo, qualsiasi numero devo chiamare cerco di individuarlo, perfino qualsiasi persona che mi passa avanti mi induce a guardargli l’etichetta in cerca di quel numero.
Un numero. Cos’é un numero?! C’è chi lo definirebbe un modo di comunicare, restrittivo. Chi una convenzione matematica, dispregiativo. Chi l’essenza della fisica e quindi del mondo, illusivo. 172938. Per come la vedo io un numero è semplicemente un’entità astratta che descrive una quantità. Un numero appunto, senza implicazioni filosofiche-metaficische.
Ne ho parlato con qualcuno. Non potevo non farlo, lo vedo davanti ai miei occhi in ogni istante. Mi hanno proposto di giocarlo, spiacente ma non gioco. Mi hanno suggerito di parlarne con qualche fantomatico santone, purtroppo non li sopporto. Mi hanno consigliato di pensarci ancora un pò su, mi spiace ma sono abbastanza impaziente. Mi hanno spinto a non pensarci più, inspiegabilmente non ci riesco.
Capita a volte di vedere un volto conosciuto in una qualche festa. Solo che la sensazione di conoscerlo non stuzzica abbastanza neuroni dal rintracciare nella memoria a cosa sia associato quel volto. E passi così la sera a cercare di recuperare un ricordo forse già andato. 172938. Sembra la stessa cosa, solo che non è un volto, solo che non potrei mai associare una parola a tale ricordo, né trovare un altro volto che mi distolga dai suoi lineamenti... ho paura di aver trovato un’ossessione.
La mia giornata è quasi conclusa. Ecco, stavo per pensare ad altro, quando improvvisamente mi è venuto di nuovo in mente. Saluto le facce che ho visto e che rivedrò chissà per quanti giorni, quanto tempo. Non che mi disturbino, solo che certamente non mi eccitano. Quasi quasi adoro la mia nuovo ossessione...ha creato una sorta di mondo parallelo che i miei vicini di scrivania non posso vedere né soprattutto spiare. Vado via, penso già a riaddormentarmi per cercare il senso.
Ore 17:29. Caspita, non ci credo. Il mio orologio non segni i secondi, ma secondo me sono 38. Eccolo il senso...un giorno a chiedermelo ed era così banale. Non può essere, farmi guardare intorno. Ehi, ma a te non ti avevo mai visto. A dirla tutta non penso di aver visto mai una ragazza tanto dolce e fine. Da che piano vieni, da dove sei uscita...
Niente. Magari la rivedrò domani, non so neanche in quale dei 18 piani lavora, nel caso non fosse di passaggio. Certo che il destino gioca strani scherzi. Ma certo, da tutto ciò dovrei capire ché lei. La lei di cui non so bene, la lei delle favole, la lei da innamorarsi, l’altra metà della mela, la donnina che ci cresce nello stomaco. 172938. Ma certo. Il sogno mi ha preparato ad aprire quegli occhi che diversamente non avrei aperto. Devo ricredermi sui sogni.
Non è che ci abbia mai creduto nel destino. Nè nei sogni, ancor meno nell’amore. Eppure tutto ciò mi sta affascinando...ma quale affascinare, sono già cotto, da lei, dal fato, dalla vita. La macchina...piazzola 1, posto 72...incredibile, non ci avevo mai fatto caso. Ecco del perchè il mio cervello ha elaborato tutto ciò, gli altri numeri verranno dal conto dell’ultima spesa o da che so io.
Torno a casa, respiro smog come sempre a questo semaforo prima di attraversare la solita strada. Eppure ho meno fretta degli altri giorni, ho un sorriso a differenza degli altri giorni. Credere al fatto della spesa non mi interessa...preferisco pensare a quei capelli castani, quella bocca carnosa, quelle mani lunghe, quegli occhi profondi, quell’espressione ingenua... Le concidenze sono cicatrici del destino. Sì, destino o caso questo devo inseguire.
Ha osservato un pò tutti in camminando, di solito non guardo nessuno. In ognuno ho trovato un pò di quei capelli, di quella bocca, di quelle mani, di quegli occhi ma in nessuno quell’insieme armonioso...mi sento felice, so cosa dovrò cercare domani e ancor meglio cosa pensare addormentandomi oggi. Quasi quasi vado al supermercato di fronte e...
172938...172938...172938...172938....172938...172938...172938...172938...172938...
Gli ultimi numeri che ricordo di aver visto...steso, un gran senso di leggerezza, persone che urlavano, l’asfalto caldo...172938, precedute da un MI...la targa della macchina che mi ha ucciso.
domenica 14 marzo 2010
Esperimenti
"I calcoli sono esatti. Sembra essere tutto perfetto. Non posso aver sbagliato. Ho seguito la procedura passo dopo passo. Senza commettere errori. La cabina non sembra avere cedimenti. Se la temperatura oltrepassera i livelli di sicurezza, l'impianto di raffreddamento utilizzando quello che restava di un frigorifero non permetterà alle tubature di scoppiare.
Ore 15.04. Il gatto miagola camminando tra i miei appunti sulla scrivania. Rovescia dell'acido sul mio libro di chimica generale. Lo prendo in mano e lo accarezzo. Lui è tranquillo. In un certo senso, ci fosse qualsiasi altra cosa capace di muoversi su quattro zampe l'avrei piacevolmente barattata col piccolo Sberla. Ma oltre al pesciolino rosso ormai galleggiante morto in quell'acqua verde fogna, niente altro sembra aver avuto vita nelle scorse 72 ore in questo scantinato. LO guardo negli occhi e sembra essere pronto ad immolarsi per amore della scienza.
Ore 15.07. Sberla è chiuso nella cabina. Miagola. Forse si agita. Se tutto va come deve, il tempo che la macchina vada in pressione, ed il circuito d'accelleratore ioni dovrebbe attraversare la piastra di titanio ed investire il generatore posto in cima alla cabina."
Quello che in effetti scriveva nel suo diario degli esperimenti sembrava non fare una piega. Il livello di vanadio e cloruro di potassio nel cilindro vicino alla cabina era esatto. Piccoli vortici gialli e neri reimpivano il circuito tubolare che avvolgeva l'intero impianto. Il frigorifero trovato vicino alla taverna all'angolo della vecchia fabbrica tre settimane prima era servito per completare la parte finale del ciclo. Le vecchie piastre di latta, usate dalla precedente padrona di casa, trovate nascoste tra i pensili della cucina potevano non reggere. Ma la loro consistenza era ideale. Non avrebbe potuto trovare di meglio. Almeno per il momento. Lo scantinato era un ammasso informe di appunti e libri. Beker svuotati di strani liquidi fosforescenti colavano da uno dei tavoli. Uno strano miscelatore dinamico, creato da una vecchio pneumatico bucato pendeva dal soffitto, poggiandosi su di uno dei ripiani sporgenti della libreria. La caldaia in fondo alla stanza, riempiva l'aria di uno strano insopportabile odore. Ma lui pareva non accorgersene. Come al solito, anche stavolta era così immerso nei suoi calcoli, nelle sue diavolerie, nel suo mondo fantastico, che niente poteva essere piu accogliente di quello scantinato di merda. I led si illuminavano a luci alterne, lasciando che strani fischi provenissero dai canali di ceramica posti ai lati della struttura. Quella che usava come piattaforma era quello che ne restava di una strana tavoa doi giochi per bambini trovata laggiù tempo prima. Vi aveva impiantato decine di cavi che entravano da un lato ed uscivano dall'altro, come un trapianto di capelli mal riuscito. Quel televisore che proiettava ancora in bianco e nero in cima ad una pila di libri era acceso da giorni forse sullo stesso canale. Ma non vi aveva mai prestato attenzione. C'era in onda una pubblicità di un detersivo. Niente che gli interessasse davvero. Diede un colpetto agli occhiali neri che gli si perdevano vicino alle orecchie in mezzo alla folta chioma riccia. Bevve quello che c'era nella tazza e butto giù la leva. Il volto gli si illuminò e nel frattempo la cabina iniziò ad oscillare pesantemente. Le corde trovate giu al porto per tenerla dovevano reggere il tempo necessario. Collegavano la cima della cabina, alle fondamenta dello scantinato con dei ganci in acciaio. Il baromento segnava la pressione in aumento. La luce rossa della sirena riempiva la stanza roteando sempre piu velocemente. Per un attimo la seguì con gli occhi. Poi si concentrò alzando e abbassando quelle che dovevano ricordare delle leve. Roteando manopole e rubinetti. Tirando corde e quanto altro aveva ingegnato perchè tutto andasse per il verso giusto. La stanza si rimpi di vapore. Dalla base della cabina uno denso fumo bianco inizio a diffondersi nell'aria. Usò lo sporco lembo del camice per provare a continuare a respirare. Controllò il livello dell'acqua e la temperatura, azionando l'impianto di raffeddamento. Tutto lo scantinato pareva vibrasse, le colonne, le travi che sovrastavano la struttura. Il fumo era dappertutto. Le corde erano sempre piu tese. Fin quando una si slacciò. Parti come una saetta schiantandosi contro uno dei dipinti sbiaditi affissi al muro. Cadde rovesciando una bottiglia di condensato di kelton sul pavimento. Si nascose sotto il tavolo, tenendosi la testa tra le mani. Orami l'aria era irrespirabile. Pareva stesse tutto per esplodere. E poi. Puff.
Come una lavatrice che termina la centrifuga. Tutto si fermò di colpo. Ed il silenzio tornò lentamente nello scantinato.
In quell'istante la porta dello scantinato in cima alle scale si aprì. Un'ombra alta poco più di un metro e mezzo si affacciò dalla cima delle scale. Piccole scarpe nere con fibbia d'argento. Un vestito blu sgargiante, una corona in testa ed una bacchetta magica in mano, stretta con l'orgoglio che solo i bambini hanno quando stringono una bacchetta.
"Ma cosa sta succedendo? Cosa diamine è questa puzza di bruciato. No, non dirmi l'hai rifatto ancora una volta?".
"Amore ti prego esci, non ti fa bene tutto questo fumo. E poi, perchè diamine sei vestita da fata?"
"Ma papà, mi devi accompagnare alla festa della scuola, l'hai dimenticato?"
"Cazzo.."
"Papa niente parolacce"
"Si scusa, piccola mia arrivo subito".
Scosto le sedie cadute per terra, calpestò quelle che rimaneva del pavimento e si avvicino alla macchina. Avvicinò l'orecchio alla cabina. Nessun rumore. Prese con tutte e due le mani la manovella e la girò con forza per aprirla. La lasciò roteare e poi aprì lo sportello.
Esperimento 23467. Fase finale, stadio 5. Resoconto
"C'è qualcosa che non va nel circuito di aereazione credo. La massa molare introdotta era esatta, ma qualcosa deve aver creato uno spostamento del baricentro d'equilibrio della reazione. Ora non ho tempo ma ricontrollerò i dati in uscita. Troverò cosa non va. Costi quello che costi.
Post Scriptum: Sberla è sparito! Ipotesi: proiezione della particelle del soggetto proiettatate in uno spazio flessibile parallelo dovuto all'intensità del flusso di quark negativi.
Trovare altro soggetto test, da catapultare nel tempo"
Iniziò a spegnere l'impianto, raffeddare la caldaia, scollegando il generatore.
"Papò sei pronto? Dai che arriviamo in ritardo come sempre ti prego"
"Si ho finito sto salendo piccola"
"Ah Papà, solo una cosa. Hanno bussato i vicini. Hanno ritrovato ancora una volta Sberla nel loro microonde".
mercoledì 10 marzo 2010
Puzzle
14:05- Devo alzarmi, devo. Iniziavo ad apprezzare il vivere da solo, peccato adesso non poter pregare nessuno di portarmi un maledetto bicchiere d’acqua. Basta, mi alzo. Ah dolori, le ossa, le mie povere ossa. Mi stupisco di questa mancata evoluzione del mio organismo. Perchè non si abitua a questi ritmi, perché ancora subisce così inerme le conseguenze di una serata?! Devo alzarmi, mi alzo.
14:20- Bella mossa alzarmi dal letto per buttare la testa sul tavolo. Ne ho già ingurgitati 2 litri di acqua, ma ho sete, ho sete. Dicono che forse ricominciando a bere potrei sentirmi meglio. Ma dove trovo da bere, vedo solo bottiglie vuote gettate qua e là per la cucina. Ma che ho bevuto?! Allora...vino mentre cenavo, altro vino dopo cena, cicchetto prima di uscire, altro cicchetto dopo aver lavato i denti, giusto per averne il sapore in bocca...birra mentre aspettavo l’autobus...martini da Peppe...birra al primo posto dove ci siamo fermati...e poi...e poi...e poi non ricordo. Bella mossa.
14:40- Reagire, reagisci. Non è che abbia nulla da fare oggi, come ieri come domani. Ma non posso stare qui a tenermi la testa fra le mani senza nanche la forza di girarmi una sigaretta. Il caffé non ha funzionato, anche perché il solo odore mi ha fatto venire un colato di vomito. Che faccio di solito, che faccio?! Potrei coricarmi di nuovo, non è che abbia nulla da fare oggi. Ma no, mi butto sotto la doccia, aspetto che l’acqua bollente evapori le tracce di etanolo che ancora vagano spensierate nel mio corpo. Sì doccia, reagire.
14:55- Senso di colpa. Adoro stare qui seduto sul fondo della mia doccia lasciando che l’acqua cada sulla testa, per scendere sugli occhi chiusi, passare sulla bocca ancora secca per finire nelle tubature portandosi le scorie dell’ennesima serata passata in giro. Peccato non possa passarmi dentro, purificare anche dentro. Non so perché ma puntuale mi sta assalendo quel senso di vuoto...quel senso di...vuoto...di colpa.
15:15- “…I have made the big decision I'm gonna try to nullify my life…” ah, la musica a volte fa miracoli. Inizio già a stare meglio. Certo, la mia immagine nello specchio non è delle migliori, ma neanche delle peggiori. “...And I guess that I just don't know And I guess that I just don't know…” Mha, forse il vuoto viene dal fatto che non ricordo tanto di ieri sera. Il tanto è un ovvio eufemismo. Guarda quei puntini rossi sopra le occhiaie, occhi certo, si chiamano occhi. “...Heroin, be the death of me Heroin, it's my wife and it's my life…”
15:35- Ricostruiamo, cerchiamo di ricordare. Dai, come sempre, parti dal principio, aspetta qualche illuminante flash e ripercorri la serata. Fino a casa di Peppe ci siamo. Primo bar anche. Ah, quelle ragazze, simpatiche. Secondo bar. Nico, certo. Maledetto Nico. Penso sempre sia ormai in un tunnel, ma chi non lo è, io ci sono. Dopo...mmm...vediamo. Maggiolino rosso di Chiara, certo. Chiara, povera Chiara. Era così bella, cioé lo è ancora, ma chi non è imbruttito dalla vita. Gabrio, gli odio ormai i centri sociali. Dai, e poi...e poi...dai, ricorda.
15:50- Bhè, una buona mezza nottata l’abbiamo ricomposta. Qualche pezzettino manca, ma non aspiro certo ad avere un puzzle completo. Direi anzi che avrei potuto evitare tutto questo sforzo. Posso metterli da parte sti pezzi, uscirli domani, o dopodomani, o il prossimo weekend e andranno sempre bene. Sempre uguali ste serate. Bere, fumare, tirare, ogni tanto qualcosa di più, musica, parole al vento, discorsi inutili, conoscenze fittizze. Sempre uguali ste mezze nottate.
16:10- Ecco. Fase depressiva. Sì, ne devo uscire. Non cerco l’inbizione, non sono timido, non devo affogare problemi. Non lo faccio per divertirmi, non mi diverto comunque. Non lo faccio per conoscere persone, gli amici sono quelli che ho dai tempi del grembiulino, le conoscenze evaporano nel tempo di un trip. Ma d’altro canto, perché non dovrei?! Non ho doveri né responsabilità verso nessuno, non ne voglio. Non sono un salutista, mai stato. C’è chi va allo stadio, chi ai concessonari a vedere macchine, io mi faccio. Ecco.
16:20- Basta pensare. Accendiamo il pc va, vediamo che succede nel mondo, quello vero.
Torino, duplice omicidio all’alba. Si cerca il colpevole.
Corso Orbassano. Dovevano essere circa le 6 secondo gli inquirenti, quando qualcuno è entrato nel bar “Orbassano” e con 45 coltellate ha ucciso il propretario L. Domenici e sua moglie E. Soru. Il bar stava per aprire e doveva essere deserto...
16:23- Ma che cazzo, è qui dietro. Mi vesto al volo e dò una botta di adrenalina a questa giornata. Caspita, me lo ricordo il signor Luigi. Devo andare a vedere. Dov’è la roba, dai mi devo sbrigare. Ehi, ma sto sangue...ma...ma...ma che cazzo...
lunedì 8 marzo 2010
Traumi
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“Sergio, dai andiamo”
“Ma che palle...ho detto di no ed è no”
“Ma dai Sergino, che ci facciamo un weekend in montagna...Slittino, neve...”
“Ma che palle mamma, mi ha sempre fatto schifo la neve! E poi ho la partita a calcetto, e poi c’è il compleanno di Tommi, e poi...”
“Sergio, sali in macchina e taci!”
“Che palle, che palle, che palle...”
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Non so se si dica così, ma penso di essere meteopatico. Nel senso che il mio umore dipende dal tempo o che il tempo condizioni il mio umore, che poi è lo stesso. Mi sveglio con la pioggia e mi sento già spossato, un raggio di sole si fa spazio fra i buchini della tapparella e mi sveglio con il sorriso, vedo le foglie mosse violentemente dal vento e già mi viene mal di testa, ecc ecc. Con la neve ho un senso di serenità.
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Uff. Ma che ci faccio io qua. Guardali. Lei che con la scusa delle lezioni di sci se la fila col maestro abbronzato. Lui che con la scusa di guardare lei che impara a sciare fa il filo alla barista. Non lo capisco io il mondo degli adulti; questa ipocrisia neanche velata, quel salutino che si mandano sorridenti ogni tanto, ognuno pensando alla prossima battuta da fare alla vittima della vacanza. Ma soprattutto non capisco perché ogni volta devono coinvolgere me in questo giochetto. Forse il quadretto del fine settimana bianco in famiglia serve a calmare la coscienza oppure non fa che mettere altro peperoncino a questa sfiziosa evasione dalla routine. Tutto quello che volete, ma che palle, dovevo essere sul campo di calcetto adesso...
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Lo ammetto, mi sento un pò infantile ma forse è proprio per questo che mi piace. Non riesco a non farlo. Mi vesto, esco e cammino per ore. O a volte addirittura corro. Mi ci tuffo dentro e rido. Potrei passare giornate solo seduto a guardarla la neve e a pensare. Pensare niente di particolare eh, niente digressioni sul mondo e l’umanità, niente analisi introspettive, pensare e basta. Mi rilassa, più del massaggio che mi son fatto la settimana scorsa, più delle domeniche passate a vedere calcio in tv. Data la mia natura patetica e patologica dovrei chiedermi il perchè di tale reazione a tale evento, forse l’ho già fatto, forse non mi interessa.
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Ecco. Stesso copione di tutte le volte. Io qua col mio slittino rosso che è più nuovo di quando me lo comprarono, mia madre che è riuscita ad avere una lezione esclusiva e che sta affrontando la sua “prima” discesa da cui tornerà fra circa un paio d’ore con un sorrisone da donna soddisfatta, mio padre che per la sua “prima” volta sta facendo un giro completo dello chalet da cui tornerà un pò arrossato e con un ghigno da maschione virile. Che palle, che palle, che palle.
“Ciao. Senti che ne diresti di farmi provare il tuo bel slittino rosso?”
“Io..cioé...veramente...insomma...solo che...volevo dire...”
Dio mio, cos’è questo vuoto nello stomaco...perché sto blaterando parole senza senso...come fa la mano a sudarmi a meno 5...no dai, non mi arrossire adesso...gambe, ma perchè state tremando...dio quanto sei bella...
“...certo che puoi provarlo...”
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Lessi un libro una volta, un libro di uno psicologo. Diceva che quasi tutto del nostro carattere e del nostro comportamento dipende da traumi avuti fino al decimo anno di età. Traumi sia belli che brutti sia chiaro.
Io non credo a sto fatto dei traumi infantili. Con l’orecchio che mi si sta sgretolando, i polpastrelli ormai insensibili che lasceranno cadere la sigaretta da un momento all’altro, due tavolette di marmo al posto dei piedi, mi godo questi fiocchi. C’è qualcosa di magico, mi rendono sereno, e tanto mi basta.
domenica 7 marzo 2010
Scontrino in cassa
Ma nonostante questo la gente continuava a lasciare che ulteriori piccole improbabili speranze di tumore covassero nei propri polmoni. Indiscrete e silenti. Crescendo pian piano, nel peggiore dei casi, senza che nessuno se ne accorgesse.
Marco vi avrebbe scritto un romanzo. Un saggio. Un libro. Fatto un convegno forse. Ma non era quello il momento, pensò.
Sollevò la sua testa che penzolava dallo schienale della sedia e diede una boccata alla sigaretta che bruciava tra le sue mani.
“Ti piace?” disse la voce che proveniva dal mezzo delle sue gambe.
Lui sbatté un paio di volte le palpebre e cerco di capire cosa la cassiera del supermercato di via dei Mille 137 gli stesse dicendo.
“Cosa scusa?” disse come cadendo da un meteorite e sprofondando decine di metri sotto terra.
Luana aveva il suo glande tra le labbra, mentre pian piano lasciava che il piercing della sua lingua lo sfiorasse con lenti colpi ondulatori.
Quando Marco si era presentato alla cassa numero sette del supermercato, era come assorto dalle sue scatole di yogurt dietetico e dalle bottiglie di birra che lentamente scorrevano sul tapis roulant. Stava giocherellando con la birra facendola roteare con le dita man mano che il rullo avanzava. La bottiglia rimaneva sempre allo stesso punto lasciando che le bollicine al suo interno si mescolassero e si agitassero. Quando distolse lo sguardo la distanza che separava dalla cassiera copriva quasi tutto il tapis roulant che nel frattempo si era svuotato. La cassiera lo guardava con aria di sconcerto e quando si voltò indietro vide la coda di gente che attendeva il suo turno spazientita. Giusto dietro di lui una signora, che non nessuno avrebbe giurato potesse avere meno di settant’anni, lo guardava braccia conserte dietro i suoi occhiali color bianco perla e con la bocca impiastricciata di un vecchio rossetto troppo colorato. Lasciando che le sue particelle salivari si accovacciassero sulla giacca di Marco, gli sbiascicò addosso: “Allora giovanotto ha finito o no?”
“Ops!” esclamò Marco, lasciandosi andare ad una risatina stridula.“Si credo di si. Penso la birra sia ben che mescolata ora”. La vecchia non rise. Le restanti otto persone in coda nemmeno.
Mentre percorse il cammino che lo separava dalla cassa, si accorse che la cassiera nel frattempo stava a stento trattenendosi dal ridergli in faccia, lasciando che il sorriso le distorcesse la bocca carnosa.
“Si?” disse Marco, girandola spazientito con aria tra il deciso e l’annoiato.
“Niente” rispose lei.
Benché l’accoppiata Si-Niente, intesa come domanda-risposta uomo-donna, sia tanto sterile quanto vuota, a volte essa nasconde significati ben più intrinseci e nascosti.
Manuale del “Come conoscere una Donna”, capitolo tre, paragrafo otto.
Quello della cassa numero sette, in quel mercoledì pomeriggio era uno dei casi intrinseci e nascosti, tutti da scoprire.
Due minuti dopo Marco e la cassiera stavano ridendo.
Trenta minuti dopo era tornato da lei rientrando nel supermercato, rifacendo l’intera coda con un pacco di carta igienica da dodici dicendole che il suo cane aveva la dissenteria da settimane.
Trentatré minuti dopo stava prendendo il suo numero.
Due ore e quindici minuti dopo Marco stava scoprendo che il suo era Luana e che fare la cassiera in un supermercato di merda nel centro di Milano, non era proprio quello che si aspettava quando aveva intrapreso i suoi studi di giurisprudenza.
Tre ore dopo Marco e Luana stavano facendo l’amore sul suo letto avvinghiati come una pianta rampicante sulle pareti di una casa abbandonata in un bosco.
Lo fecero due volte. Marco ricordò una sua compagna delle medie che faceva sesso allo stesso e identico modo. Muovendo rapidamente le anche avanti e indietro, come un frullatore inceppato, ed un mucchio di fragole al suo interno che non riescono a mescolarsi. Ma tutto quello che gli venne fuori fu “E’ stato davvero stupendo”.
Marco uno. Coscienza zero.
Lei che gli era stesa di fianco, gli bacio il petto, lasciando che la sua mano scivolasse fin giù per l’ombelico, proseguendo giù per il suo pube. Parlarono ancora un po’, di qualcosa che Marco non sarebbe stato in grado di ripetere né ricordare nelle settimane successive. Dopo qualche boccata ad una canna marijuana che lui teneva nascosta nel secondo cassetto della scrivania ed una bottiglia di vino, la loro eccitazione si riaccese. Lo rifecero ancora una volta, fin quando Marco non scivolo sulla sedia lontana dal letto e lei lo raggiunse a gattoni.
Lei lasciò che il suo pene facesse la conoscenza del suo piercing sulla lingua. Marco si lasciò andare ad una introspettiva analisi sul tabacco e le sue ripercussioni sociali. Luana chiese a Marco se gradiva. Marco cadde della nuvole. Ed un auto otto isolati più in la investì un ragazzo in scooter mentre attraversava l’incrocio col semaforo di un colore ibrido rosso-arancio. Forse più rosso che arancio.
Fine del flashback.
Luana si fermò per un attimo e lo guardò dal basso verso l’alto, dal mezzo delle sue gambe. Spostò il membro da un lato, lasciando che le si poggiasse sulla guancia.
“Ti ho chiesto se ti piace?”.
Lo guardava con i suoi occhi neri profondi, lasciando che i capelli gli scivolassero lungo le gambe. Strinse il suo pene un po’ più forte e gli diede un morso.
“Ahia” disse Marco, sollevando di colpo la testa. “Diamine, che male. Ma che ti prende?”
“Non mi hai risposto. Ti ho chiesto se ti piace”ribadì la cassiera.
La sua posizione, penso Marco, li, in mezzo alla sue cosce con il suo pene che le batteva sulla tempia come una bacchetta sulla lavagna, non poteva condurre a nessuna conversazione seriamente coinvolgente e piena di alcuna implicazione. Soprattutto mentre lei continuava a massaggiarlo avanti e indietro con la sua mano piena di braccialetti orientali e anelli da bigiotteria. Così disse quello che pensava, ma che non avrebbe dovuto, e che mai nessuno dovrebbe dire, (Il sesso visto dalla donna, capitolo uno, pagina uno, rigo uno, carattere Times New Roman trentadue, stile grassetto):
“Hey è un pompino, certo che mi piace”.
Un bimbo saltella felice nel bosco tra gli alberi, salta un enorme sasso e precipita in un fosso grande e profondo spuntando in due minuti dopo in Cina. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Pem!.
Marco non sapeva il motivo, ma sentiva tanto di stare saltellando tra gli alberi.
La cassiera alzò il capo, era ancora inginocchiata davanti a lui. Marco la stava guardava un po’ stordito dall’alcol e dallo spinello. Appena finì di pronunciare la sua frase, appena il bambino saltò il sasso per lanciarsi nel fosse, appena Luana si arrestò col suo movimento di andirivieni con la mano che stringeva forte il suo pene; in quel momento, proprio in quel preciso momento, il gruppo in gita di spermatozoi nel museo del suo scroto scelse di scendere dal pullman e godersi la meritata vacanza estiva. Marco lasciò la testa penzolare dietro la sedia e schizzi di gruppi di spermatozoi con cappellino e zainetto si diressero alla scoperta di quella che era la sua camera da letto.
Tappeto. Piumone. Comodino. I capelli della cassiera e quanto più può interessare un girino nascosto da mesi in una sacca buia nel profondo dei pantaloni.
“Ma cosa diavolo…”Luana chiuse gli occhi come se un auto le venisse contro a fari abbaglianti alti, accecandola nel pieno della notte.
“Cazzo”disse Marco. Lasciò che le sue membra cadessero pendenti dalla sedia per qualche minuto e poi piego lo sguardo in avanti ritornando a guardare intorno alla stanza.
Luana si alzò ed iniziò a trafficare tra i suoi vestiti ”Hey ma che ti prende?”
“Mi prende che sei uno stronzo”rispose lei.
Marco osservò le curvature del suo bacino. La sua lunga schiena scivolava lunga fin sopra le natiche, lasciando che due piccole fossette laterali ne segnassero la fine. La sua pelle era abbronzata, probabilmente da qualche centro d’estetica giù in centro e non per qualche settimana trascorsa in una spiaggia sperduta del Sudamerica. Aveva delle gambe snelle e dei piccoli polpacci a forma di fagiolo rovesciato. Segnati, come piacevano a lui. Ne aveva viste di donne così nei porno guardati da bambino. Ancor più in quelli visti in età adulta. Ma una donna era una donna. E Marco ne subiva inesorabilmente il fascino.
Si piegò in avanti poggiandosi sulle ginocchia e diede un’altra boccata alla sigaretta.
“Scusami per prima”cerco di sussurrarle.
“Ti scusi per avermi spermizzata in volto o per avermi ringraziata del fatto che un pompino sia sempre un pompino? No, sai solo per sapere quale delle due mega stronzate ti pesa di più, oh il mio bel playboy”.
“Senti, ti prego, adesso fammi il piacere di non pensare che sia stato speciale” le disse.“Voglio dire sei stupenda. Sei davvero fantastica. Ma non era altro che una scopata”.
Luana che aveva iniziato a rivestirsi lo guardo fisso negli occhi. Aveva già indossato il suo reggiseno e stava infilandosi la gonna del tailleur.
“Ma si può sapere chi cazzo credi di essere? Devo capitare sempre in questo genere di stronzi io.”
Sembrava arrabbiata. E infatti lo era. Marco era un bimbo arrampicato su di una scala traballante con le mani nel barattolo dei biscotti, sperando che qualcuno non entrasse dalla porta e lo vedesse.
“Volevo solo mettere le cose in chiaro da subito. Non volevo, come dire…illuderti”
“Illudermi? Ma di cosa diavolo stai parlando, si può sapere? Mi incontri a lavoro. Mi parli. Mi inviti a casa tua. Facciamo sesso e poi ti improvvisi in questa triste psicologia post orgasmica. Sappi che puoi anche risparmiartela. Non ce n’è assolutamente bisogno”.
Marco la guardava adesso sistemarsi i suoi lunghi capelli rossi che fino a poco prima le cadevano lunghi sulle spalle. Adesso arano racchiusi in un groviglio che sormontava la sua nuca.
“Si infatti era solo del sesso. Niente di più e niente di meno.”disse lui.
Marco sapeva in tutta onestà che quella non era esattamente la frase più adatta da dire in quella circostanza. Ma gli era passeggiata per i corridoi della mente così decisa, rotolando per il dotto nasale, scivolando per la laringe fino ad affiorare dalla sua bocca.
La cassiera gli si avvicino. Barcollava un po’ sui suoi tacchi vertiginosi. Marco pensò alla scena di un porno che aveva visto la settimana prima con Federica. Era sul punto di eccitarsi nuovamente. Aveva quasi voglia di rispogliarla e farci l’amore per il resto della serata.
Lei sposto la sua borsa lentamente da una mano all’altra. Giuntagli a un palmo di distanza lo guardò come si guarda un topo che mangiucchia i resti di qualcosa vicino ad una discarica di rifiuti. E li gli tirò uno schiaffo con quanta forza aveva nelle mani.
Marco barcollò e per poco non cadde dalla sedia. Il suo pene ora ciondolava stanco dal mezzo delle sue gambe, poggiandosi sulla sedia con i suoi testicoli ormai molli.
“Sei solo un povero bambino coglione”. Mentre disse queste parole la cassiera gli teneva il mento tra le mani. Marco poteva sentirne le lunghe unghie smaltate di un verde fondo di bottiglia, ma aveva ancora un orecchio che gli fischiava a causa dello schiaffo.
Lei si volto e senza girarsi indietro si diresse verso la porta ed uscì.
sabato 6 marzo 2010
caffè ambrosiano 2008-2009
“Ciao! Ti vedo tutti i giorni ma, dopo la doccia, ti mettono sempre troppo lontana da me. Come ti chiami?”
“Anche io ti ho notato, proprio l’altro giorno, quando c’era la giornata del caffè. Dopo il tredicesimo lavaggio ci avevano messi vicino ma è stato per poco tempo. Il mio nome è Sara.”
“Sara… hai proprio un bel nome! Io mi chiamo Andrea. Comunque ti sbagli perché era solo il decimo lavaggio ed io ho sperato per tutto il giorno, fino a sera, di ricapitare di nuovo vicino a te.”
Proprio alla fine di quella frase, Andrea fu preso dall’orecchia per iniziare un nuovo giro:
un forte rumore sopra la testa, un liquido bollente gli attraversò il corpo, finì il rumore ed iniziò lo spostamento sopra il piattino e vicino al cucchiaino. Per poi passare ad un’altra mano con una nuova pressione sull’orecchia fino a quando il liquido non gli attraversò di nuovo tutto il corpo. Di nuovo vicino al cucchiaino ed al piattino e poi tutti insieme nella vasca del lavaggio.
“Ciao Andrea come va oggi?”
“Ciao Lello! Oggi sono felicissimo perché finalmente ho parlato con la tazza che vedo ogni giorno ma che è sempre troppo lontana da me.”
Lello e Andrea si conoscevano da molto tempo, un piattino ed una tazzina capitano spesso assieme nei lavaggi e delle volte succede di fare anche il giro completo insieme. Loro si conoscevano dal primo giro completo di Andrea che, per sconfiggere la paura della sua nuova vita, chiese conforto al piattino sotto di se.
“ah… sono molto contento per te! Saranno mesi che me ne parli. Come si chiama?”
“il suo nome è Sara.”
Un’ondata di acqua bollente piena di schiuma si portò via le sue parole e rimandarono la loro chiacchierata al prossimo giro.
Il povero Andrea, dopo aver conosciuto il nuovo strofinaccio, venne riposizionato nella mensola delle tazzine ma troppo lontano dalla sua nuova amica. Cercò di mettersi in mostra in qualsiasi modo pur di fare un nuovo giro e sperare di avvicinarsi il più possibile a Sara ma non ci fu verso. Il suo amico Lello non ebbe neanche il tempo di essere riposizionato sulla mensola che partì per un nuovo giro.
- ma perché lui si ed io no! - pensò Andrea che in tutti i modi voleva andare vicino a Sara. Ad un certo punto, però, notò uno strano spostamento un passò più in là. Sara veniva presa per un giro.
-che strano, difficilmente Sara fa più di tre giri in un giorno, oggi è già il quinto. Speriamo che mi prendano anche a me così capitiamo insieme nel lavaggio, oppure, ancora meglio, vorrei che dopo il lavaggio la mettano qui nello spazio affianco a me al posto di Lello-
Un’ aria gelida entrò nel locale facendo rabbrividire tutti i clienti. Uno strano tizio aveva spalancato il portone, portava con sé una strana borsa rettangolare.
“ Buongiorno Oliviero cosa ci vuoi propinare oggi?”
Il direttore del Caffè Ambrosiano, chiamato volgarmente “il bar Piola”, strinse la mano al nuovo arrivato mostrandogli quasi tutti i denti.
“oggi vi venderò delle bellissime tazze per il thé e per la cioccolata calda.”
Sentendo quelle parole ad Andrea gli venne un colpo. Capì che molto probabilmente avrebbero sostituito la sua Sara con altre tazze più giovani e sicuramente più antipatiche. Pensò a diverse soluzioni per fare in modo da evitare che portassero via Sara ma, dalla sua posizione, non aveva molte alternative. Nel frattempo, Lello, tornò a fargli compagnia nel posto che doveva occupare Sara.
“Andrea, che è successo? Ti vedo triste!”
“Lello, ho appena saputo che porteranno via Sara. È arrivato il cattivo dei cambi e questa volta tocca a loro. Tu sai che fine fanno le tazze vecchie?”
“Certo che lo so, non ti devi preoccupare. Praticamente quelle vecchie non le scartano del tutto. Avevo un amico che per più di due anni rimase nella cantina insieme a tutti gli altri a ridere e scherzare tutti i giorni senza dover continuare a fare la solita vita.”
Il cameriere, nel frattempo, preparò una cassa di plastica dove mettere le tazzine da cambiare mentre il signor Oliviero prendeva le tazze nuove dal furgone che aveva lasciato in doppia fila. Il povero Andrea si tranquillizzò grazie alle parole del suo amico ma pensava sempre a fare qualcosa per andare a salutare Sara. Fino a quando non si voltò di colpo verso Lello proponendogli un’idea.
“Lello, se mi vuoi veramente bene aiutami a cadere dalla mensola. Se cado magari riesco a scheggiarmi un po’ o a rompere l’orecchia così portano anche me dove porteranno Sara.”
Il povero Andrea, senza volerlo si era perdutamente innamorato della sua Sara.
“non posso fare una cosa del genere, Andrea! Lo sai meglio di me che se ti rompi seriamente non ti portano nello sgabuzzino, ti buttano e basta!”
“si ma è un rischio che voglio correre pur di passare un po’ di tempo con Sara.”
L’amicizia è uno strano legame che racchiude in poco spazio troppa energia. Ci sono meccanismi e speranze che scattano senza volerlo, come un filo sottile che viene tirato e stretto nel momento del bisogno. Non ci sono regole, né invenzioni è tutto reale, è tutto meraviglioso.
È inutile raccontare il finale di questa storia se chi lo leggerà sa già come sono andati i fatti.