domenica 20 marzo 2011

Clerk - 6 Gradini

Uno, due, tre, quattro, cinque, continuando per il sei. Al sei segue il sette, e di seguito l'otto, passando per il nove, dritto fino al dieci. E poi la coppia di gemelli fratelli cugini vicini parenti, undici e dodici. La struttura delle scale, o meglio dei gradini delle scale, rispetta sempre uno stretto rapporto tra alzata e pedata: 2A+P.
O qualcosa del genere. O perlomeno questo avviene nelle abitazioni, o negli edifici normali. Qui invece, in questo ufficio, ogni cosa pare essere deformata, distorta. Come in una casa di Gaudì. Le pareti paiono essere più lunghe da un lato, e più larghe dall'altro. Niente sembra essere parallelo, ma tutto inclinato, pronto ad incrociarsi da qualche parte. Forse li sopra, oltre il sesto gradino. Tutto converge lì. Tutto conduce li.

Gradino uno.
"Buongiorno sono Gianluca Picozza ho chiesto di parlarle perché volevo"
Volevo cosa? Darle il buongiorno? Complimentarmi con Lei? No troppo formale, mai bruciarsi nei primi minuti. Forse sarebbe meglio un: "Salve" E qui ci metto un punto.
".!". Proseguendo con un: "Gianluca Picozza. Piano quinto. Io e Lei dobbiamo parlare" No. E chi sono Al Pacino. Troppo gangster. Ci vorrebbe qualcosa di sobrio. Distaccato e d'effetto.
"Buongiorno Sig. Ferraro. Gianluca Picozza, del laboratorio di analisi chimico biologiche del quinto piano". E poi? Bé, e poi qualcosa lui dirà pure, e che cazzo.

Gradino due.
"Lavoro qui da anni ormai, e mi chiedevo se per caso non potesse essere il caso magari se si avesse la compiacenza di poter". Oddio, no. Troppe "S" sembrerei un serpente che striscia e che sputa meteoriti in ogni angolo della stanza. Riavvolgiamo.
"Lei sa Lei che io lavoro qui da tanto?". Domanda. Secca e decisa. E se lui dice No. Io gli dico. Cosa gli dico. "Si, è vero". E se mi dice "Ah si". Gli dico "Mi fa piacere". Ma magari è ironico. E ci faccio una figura di merda. Quindi. No, aboliamo la domanda. Troppo complesso. "Lavoro qui da 35 anni da ancora prima che lei arrivasse. Nascesse". Si e magari ci aggiungo: Ed io in realtà sono tuo padre. No, no cosi non va. Sintetico, efficace, deciso e distaccato.
"Servo questa azienda con devozione da più di 30 anni". Cosi penso possa andare.

Gradino tre.
"Sono qui per parlarle". No, non voglio parlare. "Sono qui per dirle". No, non devo dirgli niente. "Sono qui per chiederle". Non chiedere mai, non chiedere mai. Lui gioca in casa, nel suo ufficio, nella sua poltrona, e chiedere quando giochi fuori casa sai cosa vuol dire? He, risponditi, sai cosa vuol dire? Che lui può tranquillamente dire No e continuare a masturbarsi sull'ultima puntata di Will & Grace. Ecco cosa vuol dire.
"Signor Luca". Ma no. Non gli darò questa soddisfazione. Non la merita. E soprattutto non lo merito io. "Hey Signor Luca, cosa fa". Questi gradini sono di uno sporco pauroso. Quanto costerà una scopa? Due, tre euro. Che schifo. Mi ci si incollano i piedi. "Mha, mi faccia sapere se non si sente bene. Devo scappare. Arrivederci".
Quindi, quindi, quindi, come porgli la domanda. Avrei dovuto leggere qualche libro, o qualche blog, almeno qualche forum a riguardo, non si può andare così sprovvisti a porre certe domande al proprio capo. Non si può, non si fa. Non è lecito. Non è umano. Come, diamine che mi fulminino, non sono umane quelle gambe. Geolocalizzate tra il quinto ed il sesto gradino, bianche come due stecche di cioccolato bianco, che vengono fuori da un tailleur striminzito blu. Una giacca con spacco centrale, che si apre e le cade elegantemente sui fianchi. Capelli raccolti e ingelatinati, e polpacci che si contraggono ad ogni gradino. Che donna quella Angela. Avessi trent'anni di meno. Però un saluto poteva anche farmelo. Dha, nuove generazioni d'oggi, sempre di fretta, a non salutare un povero vecchio.

Gradino quattro. Dove ero rimasto? Ah si, Gianluca Picozza. Volevo parlarle di un aumento. Il mio per la precisione.

Gradino cinque. A meno uno dalla vetta tutto sembra diverso. Prende altre sfumature, altri contorni. Tutto cambia. E quello fatto e detto fino ad ora viene rimesso in discussione. Andare dal Capo. Il Boss. Il big big Boss come dicono i giovani, per chiedergli un aumento. Alla mia età, penso di averne il diritto. Penso di essermelo guadagnato. Non avrò più dei muscoli tonici, ma la mente, quella di che ce l'ho ancora attiva. Finisco un Sudoku in dieci minuti, che non è uno scherzo. Ho sempre saputo le tabelline a memoria, le date di nascita dei miei nipoti. Ho un memoria da elefante. Io. E non questi nuovi pinguini, dagli occhiali palmati e la pelle abbronzata profumata di oli. Allora dove ero rimasto "Buongiorno, Gianluca Picozza".

Gradino sei. E ci siamo. Qui e adesso. Il momento della verità. Io contro di lui. Il più forte la spunterà. Rimarrà in piedi. Calmo e deciso. Alla mia età sono poche le cose che possono spaventarmi. Segretaria a ore otto. Virare a sinistra. Scrivania in avvicinamento. E pronti allo sgancio tra, tre, due, uno.
"Buongiorno, volevo sapere se era possible parlare con il Signor Ferraro".
Occhiali neri, tailleur grigio topo, con camicetta sbottonata inavvertitamente più del dovuto, penna in mano ed occhi allo schermo del suo pc. Ruota lentamente come uno struzzo che non trova più il suo uovo sotto le sue gambe e dice:
"Impossibile, il Signor Ferraro è in vacanza e non tornerà prima di lunedì. Arrivederci."

sabato 24 luglio 2010

La foto - parte settima

- si sono Andrea con chi parlo?
- non importa, ore 18 davanti lo spaccio in via Spinoza. Ho delle carte che sicuramente le interesseranno.
Pochissima gente sapeva del mio vero lavoro, la ricerca continua. Ho sempre ricercato documenti, video, foto, testimonianze di quel sottile mondo che è la mafia. La mia voglia di conoscere tutti i processi e le circostanze, i veri perchè, le persone, le famiglie. Mio fratello e le sue tante vite. Nessuno o quasi nessuno sapeva della mia ricerca.
Quel quasi nessuno si riferisce all'unica persona che in tutti questi anni mi è sempre stata vicina, la sua professione di giornalista e soprattutto le sue "amicizie" mi sono servite a scrivere le quasi cinquecento pagine che pesano quanto una bomba innescata. I giudicii non hanno ciò che si meritano in questo lembo di terra, la verità non serve a nessuno. "Se non li convinci, confondili" cinque parole facili ed una teoria per nascondere la verità confessandola. Quando conobbi Paola venni a conoscenza di questa teoria prima ancora di sentire il suo nome. Sono passati quindici anni ed è l'unica donna che ho amato veramente ma con la quale non ho mai dormito insieme. L'amore è rappresentato dalla voglia di dormire con una donna non dall'andarci a letto, sulla base di ciò mi convinsi che il mio amore non è mai stato corrisposto e quindi ho continuato ad approfittare del suo profumo. Adoro il suo taglio di capelli e la sua aria da studentessa svogliata. Non esce mai senza la sua borsa di cuoio, il suo taccuino e la matita. Quando le chiesi come mai scrivesse solo con la matita mi rispose che quello era il gesto per dimostrare la sua insicurezza. In realtà, conoscendola, mi stupii molto di quelle parole fino a quando non lessi un suo articolo che finiva con: "tutti sono psicologi oggi per questo bleffare è diventato fin troppo facile". E' la persona che mi conosce meglio ma che meno conosco. Tutto ciò che so di lei è frutto di frasi strappate e ricucite a mio modo dalla mia fantasia. Un giorno eravamo insieme ad un centro commerciale, un enorme spaccio di mobili ed oggetti di arredamento, e lei mi fece notare quanto tutte le persone che c'erano si somigliavano, noi compresi. Lo standard erano coppie con o senza bambini piccoli che affascinati da qualsiasi mobile si inventavano numeri da scrivere su foglietti rubati quà e là. Poi c'eravamo noi che come la restante parte della gente camminavamo senza alcuna metà e con l'espressione assorta in pensieri molto lontani.
Ore 18, via Spinoza . "Guidami nei passi mio Signore per ogni strada io li affido a te, salvami da me stesso e lasciami andare" mi affido sempre a queste parole quando ho il terrore di ciò che verrà dopo.
-Andrea?
-Si
-Mi manda Paola per consegnarle queste carte. Lei sta bene ma è convinta di essere controllata a vista. Molto probabilmente anche noi siamo osservati per questo la saluto. Lei non mi vedrà mai più sono stato pagato per fare ciò e non so niente di tutto questo.
-Di cosa?
-Ah ripeto, non so niente.
Quando aprii quel fascicolo c'era un foglietto che diceva di buttare tutte le carte e che le vere informazioni mi erano state recapitate su una casella e-mail della quale c'era scritto nome e password. Per precauzione mi recai in un internet point e stampai gli allegati della mail per poi cancellarla. C'era la verità vera e qualche ipotesi. Documenti, pizzini e politica. Ma soprattutto c'erano la foto di mio fratello e di Tano e le coordinate del loro prossimo e probabilmente ultimo colpo.

sabato 17 luglio 2010

La foto - parte sesta

Fu l’ultimo viaggio quello, l’ultimo a ritrovare odori e sapori dell’infanzia che iniziavano a diventare amari. Ad una manciata di ore dall’arrivo in stazione a Palermo ricevetti un sms. Lo zio Tano, scrisse parole piuttosto sconnesse ma che avevano un significato importante, che conoscevo, che temevo.
Una volta che ci sei dentro, è quasi impossibile uscirne. Sono grato allo zio Tano, devo esserlo. Se sono quello che sono lo devo sostanzialmente a lui, dopo un padre ammazzato per strada ed una madre alcolizzata che iniziò ben presto a cadere di braccia in braccia facendo diventare me lo zimbello del quartiere. Mi trovò per strada, a Brancaccio, lì dove la miseria si tocca con mano, lì dove la mafia è una cultura più che un’associazione. Lo zio Tano non ha mai comandato, non ha né la crudeltà né l’intelligenza per comandare, ma si è sempre fatto rispettare. Fosse nato in un altro angolo di mondo sarebbe stato un buono.
Sapevo già cosa avrei fatto. Maschere, fucili, assalto ad un portavalori. Per queste cose conta di più la fiducia fra i partecipanti all’assalto che l’istinto criminale, e difatti penso che nessuno dei tre lo abbia questo istinto. Non io, sicuramente no lo zio Tano, certamente neanche Pippo. Passai le ultime ore senza pensarci tanto, per nulla eccitato dalla prossima azione, neanche adirato per ritrovarmi nuovamente in mezzo.
Lo zio Tano iniziò ad offrirmi compensi per piccoli lavoretti. Ci si incontrava per strada, alla piazzetta dello spaccio dove dava le indicazioni ai ragazzetti poco più grandi di me. Mi disse lui di andar via, di cercare altro al nord, pagò lui il biglietto dell’espresso per andar via. Ma non sento di dovergli gratitudine, non credo che il suo sia stato effettivamente affetto nei miei confronti. Da un po’ ci sentiamo sempre meno al telefono, ci vediamo quando ritorno e spesso solo per questi lavoretti. Non lo faccio per arrotondare, lo faccio per fargli un favore, aiutarlo, lo faccio perché l’ho sempre fatto e certe cose non si scordano. Lo faccio perché mi chiamano, mi chiamano perché sono fidato e perché facilmente riesco a nascondere il mio accento siciliano. Ogni volta si fa un gran parlare di questi strani banditi che vengono dal nord fin qui in Sicilia a fare i loro assalti.
Arrivai in stazione in piazza Giulio Cesare. Prime luci del mattino come sempre, pochi passeggeri superstiti. La stazione si svuotò in fretta, cartoni valigie, sorrisi e abbracci lasciarono presto spazio alla luce fioca e qualche avanzo di vita a dormire su qualche panchina. Accesi la sigaretta e neanche spazientito attesi guardando il cielo che sembra avere sempre più stelle di quello torinese.
Non conosco bene la storia di Antonio. Lo zio Tano ne accenna sempre malvolentieri e in questo lembo di terra meno sai meno domandi, meno domandi meglio è. Ricordo il giorno che lo vidi per la prima volta, sorridente, pieno di vita, con le fossette sulle guance che trasmettevano tanta tenerezza. Mi sembrò come avere un fratello anche se non avevo mai dormito con lui sotto lo stesso tetto. Scoprì nello zio Tano un lato affettuoso, certo più affettuoso di come lo fosse mai stato con me ma ciò non ha mai suscitato invidia. Ho subito avuto un certo feeling col ragazzino. Calci al pallone, piccoli furtarelli al mercato, corse in spiaggia e docce alla fontana. Nonostante partì quasi subito per Torino, è rimasto sempre un certo rapporto intimo fra me e lui. Certo non mi aspettavo sarebbe diventato il mio figlioccio.
"Porca di quella puttana di Eva"
Sorrisi quando vidi Antonio abbracciato a quel borsone di fucili. Pippo aveva la solita aria spaesata, buon uomo senza macchia ne ingegno. Lo zio Tano invece aveva una luce negli occhi mai vista, sembrava quasi spaventato. Come se gli fosse scattata una scintilla, come se avesse avuto un’illuminazione, come un segnale che aspettava da tempo, come un’azione già meditata che doveva essere compiuta.
"Salvatore, riparti domani e lo porti con te. E'saltato tutto. Ritorniamo a casa".
Non protestai e l’indomani mattina ero di nuovo sull’espresso con una valigia e un ragazzino in più. Antonio non capì allora e penso che non abbia capito ancor oggi. Ha imparato presto a non far domande, a non voler capire tutto, a vivere senza pensarci troppo. Lo iscrissi a scuola, passava le sue giornate fra i banchi ad incominciare risse e la strada a concluderle. Mentre io ogni giorno andavo in fabbrica ad indossare la mia tuta blu e a guadagnarmi il mio compenso da cittadino onesto, lui si educava per strada facendo affaretti con i rumeni, scendendo a patti con i marocchini e firmando tregue con le gang di peruviani. Sempre di buon umore, sempre con il sorriso e quelle fossette sulle guance.
Da allora non siamo più andati in Sicilia, né abbiamo più rivisto lo zio Tano. Ogni tanto ci sentiamo per telefono, meglio si sente con Antonio. Non so di che parlino, che si raccontino. Penso che allo zio Tano basti sapere che ancora frequenta l’istituto professionale, che stia abbastanza lontano dai guai. Ogni tanto parliamo di Sicilia, litighiamo in dialetto, compriamo cannoli nella pasticceria dietro l’angolo. Abbiamo un pezzo di noi ancora laggiù, ma la nostra vita è ormai sotto questo cielo grigio, questi viali alberati, queste grandi piazze. Non saremmo felici ma siamo sereni.
“Turi, io vado in Sicilia!”
“Antò, che cazzo dici?”
Erano anni, tanti anni che non parlavamo di Sicilia…

sabato 10 luglio 2010

La foto - Parte quinta

La strada era solo illuminata dai fari di qualche macchina che correva veloce a quell'ora della notte. La macchina dello zio Tano e Pippo era venuta fuori dalla stradina di campagna senza asfalto e si era immessa dopo pochi minuti sull'autostrada che collega Trapani a Palermo. La loro vecchia Alfa era la sola che andava in direzione del capoluogo. Buio dietro. Buio davanti.
Sfrecciarono di fianco ad un immenso monumento illuminato da un faro giallastro. Quello era il punto in cui più di vent'anni prima venne assassinato il giudice Falcone.
Il monumento svetta sul fianco della strada, immenso e imponente, perchè la gente non dimentichi e perchè la gente ricordi.
In lontananza sulle colline una piccola fissa luce bianca si lasciava notare nell'oscurità. Quello era il punto in cui gli attentatori erano posizionati con il detonatore per far saltare l'ordigno al momento del passaggio dell'autovettura del Giudice e della sua scorta.
La vecchia Alfa correva veloce e passò rapida la zona illuminata proseguendo verso Palermo.
Pippo guidava fissando concentrato la strada. Tano fissava il paesaggio che scoreva come in una cinepresa al di la del suo finestrino.
"Spero sia l'ultima. L'ultima volta. Voglio smetterla con tutta questa storia".
Pippo distolse per un attimo lo sguardo dall'asfalto e gli disse:
"Andrà bene Tano. Non ti devi preoccupare. Salvatore a che ora arriva?"
"Tra cinque minuti. Turi mi sta aiutando tanto con questa storia di Antonio. Non posso continuare a tenerlo con me e non voglio finisca come noi. Facendo questa vita da schifo. E' così piccolo, se non ci entra, non avrà il problema di venirne fuori."
"Lo sai che sei stato un buon padre Gaetano. Hai fatto sempre tutto quello che potevi. Quando torneremo con Turi, come hai intenzione di spiegarlo ad Antonio. Non se ne andrà così facilmente lo sai" Pippo parlava tenendo stretto il volante. Avevano imboccato l'uscita da qualche minuto ed ora si dirigevano verso il centro.
"Lo farà. Fidati di me che lo farà" e dicendolo accese un'altra sigaretta e tornò a guardare i palazzi che ormai si ergevano alti ai lati della strada.
Pochi chilometri più lontano, in piazza Giulio Cesare, Salvatore, detto Turi era appena sceso giù dal treno in arrivo da Torino. Osservava tutto intorno con la solita area un pò spaesata e un pò di chi in fondo si sente a casa. Passeggiò un pò per la stazione semideserta a quell'ora del mattino e si diresse verso l'uscita.
Pochi minuti più tardi giunse l'Alfa con lo zio Tano e Pippo. Si abbracciarono e si baciarono.
"Sei pronto?" gli chiese Pippo con uno stupido ghigno tra i denti.
"Si. Come sempre no?" gli fece eco Turi."Metto il borsone nel portabagagli, va bene?"
Per tutto il tragitto Antonio era stato sballottolato tra sacchi e borsoni nel retro dell'auto. Sentiva parlare Tano e Pippo, ma quelle che gli giungevano all'orecchio erano solo frasi sconnesse e confuse. Dopo dieci minuti buoni di corsa in auto, Antonio si era addormentato, abbracciando un lungo borsone nero. Quella sacca gli ricordava molto un suo vecchio bambolotto tutto ossa e armatura, raffigurante un'astronauta soldato. In realtà quello che il piccolo Antonio stava stringendo erano due mitra Uzi modello D-91 e tre Benelli semiautomatici calibro 16.
Salvatore si avvicinò al portabagagli e mentre lo stava per aprire, lo zio Tano gli disse:"Lascia stare Turi, puoi posarlo sul sedile posteriore senza problemi. Spicciati, non abbiamo molto tempo". E salirono tutti e tre in macchina
Il tempo non era molto, ne tantomeno abbastanza. Ed il tempo sembra sempre troppo stretto e tiranno, soprattutto devi parcheggiare la tua macchina sul retro di una banca. Tenere il motore acceso e aspettare che qualcuno corra infilandosi all'interno, inseguito da qualche uniforme o ancor peggio da qualche pallottola vagante. E poi cercare di guidare nella strada che con il cuore che batte forte, ti si restinge fino a diventare minuscola. Controllare il tremolìo del piede destro mentre passa e gioca tra freno e frizione mentre ti volti indietro e scopri che uno dei tuoi un proiettile ce l'ha conficcato tra la clavicola ed il polmone destro. Devi scappare via dalle sirene che senti lontane, raggiungere un posto sicuro e trovare un medico che riesca a sistemare tutto senza troppe domande e senza troppe richieste. Così vanno queste cose e così sarebbero andate se giusto prima di indossare quelle stupide maschere bianche di halloween, prima di aver ricapitolato tutto passo dopo passo, prima del rito che erano solito fare, Pippo non avesse aperto il portabagli e avesse esclamato:
"Porca di quella puttana di Eva" fissava l'interno del portabagli con la mascella penzolante.
"Cosa c'è? Cosa diavolo c'è?" disse Tano guardandolo.
"Non dirmi che hai dimenticato i fucili, dovevi controllare e ricontrollare, lo sapevi. Ti prego, non dirmi che hai dimenticato i fucili Pippo, non dirmi che hai dimenticato i fucili" Turi ripeteva la frase continuando a sbattere il pugno sul tettuccio dell'auto. Pippo li guardò entrambi con aria sconsolata."No, non ho dimenticato i fucili. Qualcosa di peggio..."
Tano e Salvatore fecero il giro dell'auto e si piazzarono dinanzi al portabagagli. Li rimasero li fermi immobili per qualche secondo buono fissando il contenuto. Delle sacche, il borsone con i fucili e il piccolo Antonio che sonnecchiava ancora.
"E lui che cazzo ci fa qui?" disse Turi. Nessuno rispose.
"Salvatore, riparti domani e lo porti con te. E'saltato tutto. Ritorniamo a casa".
E così Tano lascio che il Piccolo Antonio da lui cresciuto come un figlio, lasciasse la sicilia e andasse a vivere a Torino.

mercoledì 7 luglio 2010

La foto - Parte quarta

Quando vidi quella fotografia il mio cuore si fermò, tutto intorno sembrava un film muto ed io riuscivo a sentire solo il fruscio del vento tra le foglie degli alberi.

- Andrea, siediti qui ascoltami. Ti racconto questa storia perchè a breve conoscerai tuo fratello, sempre se ne hai voglia.

Mio padre era cosi, doveva spiegare per poi mettere alla prova. "Allora ti insegno ad imbiancare le pareti cosi oggi pomeriggio fai tu il terrazzo" , "Vediamo se hai imparato a giocare a scopa" , "Io però te le ho spiegate le equazioni, com'è possibile che non riesci a superare la sufficenza?".

-Dodici anni fa tua madre ed io eravamo molto amici, frequentavamo tutti il parco comunale anche insieme ai tuoi zii.

La storia iniziò proprio cosi, ricordo che tutti i miei cugini smisero improvvisamente di ridere ed ascoltarono senza distrarsi un attimo. Mia nonna non volle assistere a quelle parole e mia zia la accompagnò in cucina.

-Tua madre era fidanzata con un nostro amico che si chiama Tano, in realtà era tutto pronto per le nozze. Mancava un mese al matrimonio quando lei improvvisamente capì di non essere più innamorata del povero Tano. Quando crescerai capirai come vanno queste cose, ora ti dico solo che tua madre ed io iniziammo a frequentarci proprio durante i preparativi del matrimonio ed in quel periodo lei scoprì di essere incinta di te ed Antonio. Tutto ciò che è venuto dopo si riassume in un accordo che ha allontanato te da tuo fratello e tua madre da suo figlio, qui in Sicilia funziona così soprattutto se hai a che fare con gente come Tano.

Avevo undici anni, quasi dodici. Il dolce odore della terra quando la pioggia ha affrontato per un lungo periodo la sua superficie, il colore dei primi timidi fiori, la presenza di tutte le persone della mia vita. Non ricordo di aver pianto quando capii seriamente cosa mi stava succedendo. L'unico pensiero che ho ancora nitido di quel pomeriggio fu la decisione di voler fare il poliziotto da grande, per poter uccidere Tano o chiunque avesse fatto piangere mia madre. Mia cugina andò a sedersi in braccio a sua madre ed iniziò ad urlare, voleva conoscere sua sorella gemella. Lei, invece, è sempre stata così, ha sempre desiderato le attenzioni di tutti, voleva essere il personaggio principale di ogni film quotidiano. Ora, coincidenze del destino, rischia l'overdose un giorno si e l'altro pure, da quando morì mia zia lei iniziò ad odiare la vita. Quel racconto, in quel pomeriggio felice fu l'errore più grande che i miei potessero fare, non so come avrei agito io da adulto in una situazione del genere, di certo però non credo sia stato opportuno aver presentato la realtà in questi termini. Tutto ciò che è successo alle persone presenti quel pomeriggio nel corso dei successivi trent'anni è stato un susseguirsi di vicende strane e personaggi indescrivibili. Mio cugino più piccolo a diciannove anni decise di uccidere il padre di notte e per fortuna fu fermato in tempo dalla madre che confessò lo fece rinchiudere in un ospedale psichiatrico dove marciscono le menti.
Quando morì mio padre non provai pena, ero lì, seduto accanto al suo letto quando respirò per l'ultima volta ed io che non riuscii a dirgli: "te l'avevo detto che bere troppo fa male.."
I tempi del liceo modellarono per bene il mio carattere ma non la mia ossessione, poi però mi iscrissi alla sapienza di Roma sia perchè volevo evadere da quella terra che tanto mi aveva fatto male e sia perchè capii che per uccidere in Sicilia non bisogna essere poliziotto ma giudice. Quindi sapienza di Roma per cinque anni, notti e giorni passati sui libri e poi finalmente indossai la famosa divisa del giudice. Certo le prime cause sembravano barzellette ma ora, a quarantacinque anni, posso dire di essere arrivato dove volevo arrivare. Ho tra le mani il famoso fascicolo della "casa in campagna" l'operazione più nascosta e costosa della storia della guerra alla mafia. Il famoso Tano gestisce un casolare in campagna che risulta essere una masseria ma che in realtà è un giro di vite di bambini e famiglie disposte a tutto. Ricordo il giorno in cui "conobbi" mio fratello, cioè, il giorno in cui lo vidi da lontano perchè lui non doveva sapere niente di me. Fu il giorno in cui un tale da Torino lo venne a prendere per portarlo via da quella vita.
Leggendo e rileggendo queste carte, mi rendo conto che probabilmente mio fratello possa aver intrapreso la carriera del mafioso e chissà se ora è un pezzo grosso.
Questa è la storia, riassunta ed ancora da raccontare. Il prossimo futuro sarà l'indice del mio libro, del nostro romanzo.


"Due ragazzi nel borgo
cresciuti troppo in fretta
un'unica passione
per la bicicletta
un incrocio di destini
in una strana storia
di cui nei giorni nostri
s'e' persa la memoria"
F. De Gregori